Vita di un uomo

28/11/2022
Perché un soldato in guerra dovrebbe scrivere poesie? L’esperienza di Ungaretti in trincea è stato un modo per conoscere e studiare la prima guerra mondiale attraverso le sue parole, le sue domande, il suo grido.

Come tutti sanno la prima guerra mondiale è un conflitto durato dal 1914 al 1918 che si è svolto principalmente in Europa e ha visto protagonista le varie potenze mondiali.

Attorno al XX secolo, dopo la Belle Epoque, un periodo di grande rivoluzione in cui sono stati scoperti nuovi modi di lavorare e utilizzare le materie prime, le tensioni tra gli stati si sono intensificate, creando due grandi alleanze. La triplice Intesa (poi semplicemente “Intesa”) inizialmente comprendeva Russia, Francia e Gran Bretagna, mentre la triplice Alleanza era formata da Italia, Germania e Impero Austroungarico.

Nel 1915, però, dopo il Patto di Londra, l’Italia entra nell’Intesa pur essendo totalmente impreparata alla guerra.

Il “casus belli” è stato l’omicidio di Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, da parte di un’associazione terroristica serba. Da quel momento inizia una guerra durata quattro anni inizialmente accolta con l’entusiasmo di chi si aspetta una vittoria in breve tempo, ma che da subito mostra la sua vera natura: una guerra di logoramento.

Per guerra di logoramento si intende un tipo di guerra combattuta principalmente in trincea e in cui la sfida più grande era di non perdere il senno sentendo la pressione dei soldati nemici non molto lontani.

Anche se le battaglie più famose dell’Italia sono state svolte sull’Isonzo, quelle sulle Alpi non sono facili da dimenticare: è qui che incontriamo le poesie di Giuseppe Ungaretti.

Infatti non abbiamo studiato la prima guerra mondiale solo nel manuale di storia, ma anche attraverso gli occhi di questo poeta che l’ha vissuta personalmente.  Ungaretti vive da subito l’esperienza del dolore attraverso il quale scopre le sue più grandi domande e i suoi più profondi desideri.

Costretto all’inferno della guerra è bramoso di Dio: “Chiuso fra cose mortali / (anche il cielo stellato finirà) / perché bramo Dio?” (Dannazione)

Ci siamo chiesti perché Ungaretti scriva poesia in un contesto così devastante. Attraverso le sue parole abbiamo scoperto il suo desiderio di esprimersi, nella guerra il gelo penetra in lui “con la congestione delle sue mani”, nel suo silenzio e quindi non potendo usare la voce usa la poesia. Scrive per colmare un bisogno di amore, bellezza e giustizia che sperimenta accorgendosi della morte intorno a lui che misteriosamente lo porta ad un attaccamento viscerale e profondo alla vita “non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita” (Veglia).

Scrive anche per un’esigenza di essere protagonista della sua vita, di lasciare il segno, per affermare di essere vivo, per trattenere la sua scoperta più grande: che parte della vita è anche la morte, è anche il dolore. Nella poesia “Destino” capisce che questo dolore è per una vita nuova, perché Dio ha fatto sì che la sofferenza fosse salvata: “Volti al travaglio /come una qualsiasi fibra creata/ perché ci lamentiamo noi?”. Quindi si chiede, perché ci lamentiamo del travaglio se è sempre e misteriosamente per una vita nuova? Possiamo dire che però lamentarsi non è vano, infatti, ci ricorda il travaglio come esperienza di un dolore salvato; quindi, è il modo con cui continuiamo a metterci in cammino. Un altro aspetto interessante, in totale antitesi con la situazione della guerra, è il desiderio di Ungaretti di un rapporto di fratellanza con i suoi compagni, un rapporto quindi di condivisione. Vuole chiamarli fratelli, perché condividono lo stesso destino, sono destinati al travaglio come lo è lui. Nella poesia “Fratelli” questa parola cresce e da domanda è diventata affermazione, dopo averla scritta Ungaretti può dire: “Sì, voi siete miei fratelli”.

Andrea M. Brindani

Caterina Chiesa

© Fondazione Sacro Cuore

Made by MEKKO.ch