Mario Calabresi ha incontrato Jawad l’esploratore. Jawad nasce il 23 maggio 1985 a Kabul, da una famiglia di musulmani di etnia turca. Ad un anno di vita è colpito da una grave malattia, chiamata poliomielite. I suoi genitori non sono completamente convinti di vaccinarlo perché temono che i Russi, grazie all’utilizzo dei vaccini, mettano idee sovietiche nella testa dei bambini.
Alberto Cairo, il direttore della Croce Rossa Internazionale, racconta che la prima volta che vide Jawad, non riusciva nemmeno a distendere le gambe per tanti anni di immobilità e sua mamma lo portava sulle spalle. Il medico invitò loro ad andarsene ma la madre insistette. Operano Jawad due volte, gli mettono dei sostegni alle gambe, gli fanno fare sei mesi di fisioterapia e di esercizi; alla fine Jawad riesce a stare in piedi con i supporti alle gambe e le stampelle.
Il padre di Jawad prova diverse volte a iscriverlo a scuola ma viene rifiutato con la scusa di non avere sedie e banchi adatti alle sue condizioni. Jawad ci resta molto male ma non si arrende. Continua a chiedere e a sperare che un giorno possa essere accettato a scuola, e, dopo tanto tempo, il suo sogno si avvera. Dopo molti anni di studio a casa con maestri e professori, fa un esame per valutare in che anno scolastico sarebbe dovuto entrare. Dopo l’esame viene posizionato in quinta superiore, anche se ha solo 13 anni.
Jawad un giorno finisce in una lite tra un uomo e il portiere di un albergo. Il primo è Paolo Rumiz, un giornalista italiano. Mentre il tempo passa Jawad e Paolo diventano grandi amici. Grazie all’aiuto di Rumiz, Jawad riuscì ad andare in Italia e studiare in un collegio a Trieste. Durante quel periodo non rimane solo, viene ospitato da Sonia Dukecevich che diventò la sua mamma adottiva. Dopo 2 anni, Jawad riesce a realizzare il suo sogno: studiare in America. Con una borsa di studio viene accettato a l’Earlham College dove studia sociologia, economia e antropologia. Jawad ormai è felice e sicuro di sé, ha affrontato dei momenti difficili ma impegnandosi è riuscito a superarli. Non ha fatto tutto da solo, ad aiutarlo sono stati i suoi amici: Alberto Cairo, Paolo Rumiz, ma anche la sua famiglia natale e la famiglia adottiva in Italia.
Cosa dice a noi questa storia?
“L’amicizia può veramente cambiare il mondo. L’amicizia è una strada verso la pace”
Papa Leone XIV
Quest’anno lo slogan era accompagnato da un’immagine diversa dal solito: rappresentava due ragazzi che stavano per percorrere un sentiero di montagna in salita, lungo e faticoso ma pieno di bellezza. Questi ragazzi erano assieme e si stavano preparando a farlo. Per che cosa? Direte voi. Per arrivare fino in fondo, a scoprire quell’amicizia. Sapevano che da soli non ci sarebbero riusciti, quindi hanno deciso di affrontare assieme questa fatica per arrivare entrambi al punto di arrivo. Facendo questa strada, litigheranno, probabilmente, ma arriveranno alla fine più amici di prima. Questa strada è l’amicizia che ognuno deve fare se vuole godersi la vita.
Ci sono momenti in cui la strada è più ripida e brutta, dove uno fa fatica con gli amici e vorrebbe non averli mai conosciuti. Ma alla fine ci sarà un bellissimo panorama che ripagherà tutte le fatiche.
A Jawad succede la stessa cosa: durante la sua vita ha percorso una strada molto lunga, articolata, piena di momenti di svolta. Ma perché l’ha percorsa? Perché fare tutta questa fatica? Jawad ha percorso tutta questa strada, nonostante non fosse obbligatoria. Poteva semplicemente aspettare e quel che doveva succedere sarebbe successo. Poteva semplicemente accettare per la prima volta il rifiuto dalla scuola e dall’ospedale, ma lui non ha rinunciato. É andato avanti senza timore, ogni giorno, perché cercava lo scopo della sua vita. Desiderava che la sua vita fosse un punto di luce, di speranza in tutto il buio e la tristezza della guerra. Infatti, cerca a tutti i costi di fare di più, di imparare, di conoscere il mondo. E tutta questa strada l’ha percorsa con il supporto dei suoi familiari e dei suoi amici.
Un passo indietro…
In una hall di albergo un giorno Jawad, per ritirare una lettera di guerra, si ritrova in una lite tra il portinaio e uno straniero. Questo straniero è Paolo Rumiz, un giornalista italiano. “Le chiavi! vuole solo le chiavi!” urla il portinaio in risposta alla faccia interrogativa di Jawad. “Ma lui non capisce! Il signore delle chiavi è andato a fare la spesa e bisogna aspettare che torni” Jawad allora, dopo anni di studio della lingua inglese, comincia a parlarla in modo fluido e scorrevole, e Paolo rimane di sasso. Come può un africano come lui sapere anche solo parlare due lingue? Allora Rumiz risponde. E cominciano a dialogare del più e del meno, mentre le ore passano. Paolo Rumiz resta a Kabul per un mese, Jawad e lui si vedono spesso e quando Paolo deve andarsene Jawad viene a salutarlo. Rumiz come ultima cosa chiede a Jawad qual è il suo più grande sogno e lui risponde che vorrebbe andare in America a studiare. È proprio grazie a Paolo Rumiz che questa idea, questo pensiero, diventa realtà.
Myriam Portolesi, Teresa Fizzotti, Caterina Costa e Giulia Della Bella